Novità del PIME

Mondo e Missione

In Perù il Coronavirus si diffonde in miniera (dom, 24 mag 2020)
Nel giorno in cui ricorrono i cinque anni dalla pubblicazione dell’enciclica «Laudato Sì» dal Perù una testimonianza su come anche nell’emergenza Covid19 in alcune aree del mondo calpestare il creato per lo sfruttamento delle risorse naturali richieste per la «ripartenza» dell’economia globale resti una priorità più importante della salute dei fratelli   Se calpesti il creato molto presto finirai anche per calpestare il tuo fratello. Quando penso all’enciclica «Laudato Sì» – di cui oggi ricorrono i cinque anni dalla pubblicazione – a me piace riassumerla così. Perché il rischio altrimenti è sempre quello di non capire. Di fermarsi a qualche generica affermazione sulla necessità di «non inquinare troppo» l’ambiente. Quando invece «Laudato Sì» è un grande testo che parla della giustizia nel mondo di oggi; un documento che ci racconta che «tutto è collegato» e che dunque non si può sognare davvero un Green New Deal senza porsi la questione della sua dimensione planetaria. Prima ancora che alle nostre città – infatti – è ai poveri delle periferie del mondo che dovremmo pensare quando ci interroghiamo sulla «casa comune» che in nome della sete di materie prime dell’economia globale stiamo loro strappando. Proprio l’emergenza Coronavirus che stiamo vivendo in queste settimane lo sta mostrando in maniera chiara. E non solo per gli studi che stanno indagando il legame tra i livelli di presenza delle polveri sottili nell’aria che respiriamo e la diffusione dell’epidemia. La verità è che anche in questa esperienza terribili ci sono contesti in cui – come dice Papa Francesco – è la nostra economia a uccidere per mano del Covid19. Lo si vede chiaramente in una notizia arrivata ieri dal Perù, dove un documento riservato del governo ha sollevato il velo sulle miniere dove non c’è lockdown e si continua a lavorare, nonostante il Paese sia oggi tra i più colpiti al mondo dal Coronavirus. I dati ufficiali a ieri attribuivano al Perù 111.698 casi accertati e 3244 morti da Covid19. Rapportati alla popolazione rappresentano il tasso più alto di contagi di tutta l’America Latina: 349 malati ogni 100 mila abitanti. Tanto per fare un raffronto: è un dato molto simile a quello dell’Italia. Solo che in Perù in questa situazione fino ad ora si è continuato a far lavorare normalmente i minatori, scendendo persino nei tunnel delle miniere d’oro. Solo un paio di settimane fa è arrivato almeno un protocollo per la loro sicurezza, sulla cui applicazione effettiva esistono però dubbi molto seri. Il risultato sono alcuni numeri raccolti in maniera riservata dal Ministero dell’Energia e delle Miniere e che sono stati pubblicati dalla Red Muqui, una rete di organizzazioni attive sul fronte della difesa dei diritti delle comunità locali interessate dalle miniere. I dati nelle mani del governo di Lima hanno censito ben 821 casi di lavoratori che hanno contratto il Coronavirus in miniera. Si ammalano per continuare a scendere nel cuore della terra ed estrarre oro, ferro o rame. Alcune situazioni sono particolarmente eloquenti. Per esempio quella del distretto di Parcoy, sede della miniera d’oro del Consorcio Minero Horizonte: tra i lavoratori che scendono nei cunicoli sono ben 320 quelli contagiati dal Covid19. E nella regione di La Libertad questo centro minerario di appena 12mila abitanti è diventato il secondo luogo più colpito dal Coronavirus subito dopo la città di Trujillo, dove vivono 900 mila persone. Altrettanto grave appare la situazione nelle miniere di ferro di Marcona nella regione di Ica. Qui la Red Muqui denuncia in particolare quanto sta avvenendo nell’impianto di proprietà del gruppo cinese Shougang: il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza sta mettendo a rischio l’intera comunità locale che per la sua salute può contare solo su qualche container adibito a ospedale, senza nessun respiratore. La chiamano estrattivismo in America Latina questa corsa alle ricchezze del sottosuolo che non si ferma davanti a niente e nessuno. Una corsa che quasi sempre ha a che fare con oggetti che – senza che nemmeno ce ne accorgiamo – finiscono nelle nostre mani. Un altro volto del mondo globalizzato di oggi che il Covid19 ci rivela in tutta la sua disumanità. Indicandoci l’urgenza di quella conversione a cui la Laudato Sì ci chiama tutti.    L'articolo In Perù il Coronavirus si diffonde in miniera sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Hong Kong, i corsi e ricorsi sulla «sicurezza» (Sat, 23 May 2020)
Anche dopo la Sars – nel 2003 – Pechino cercò invano di introdurre una «legge sulla sicurezza nazionale» che imbavaglierebbe la democrazia a Hong Kong. Oggi Xi Jinping sta cercando di svuotare di poteri il Parlamento locale, dove a settembre l’opposizione avrà la maggioranza. E Carrie Lam dice che collaborerà all’implementazione della legge   Uno sciagurato ricorso storico si sta compiendo a Hong Kong. Come nel 2003 dopo l’epidemia della SARS, si tentò di introdurre una legge sulla sicurezza nazionale, così sta avvenendo oggi dopo il coronavirus. Ma questa volta, temiamo, non ci sarà un lieto fine. È difficile trovare altre parole che non abbiamo già scritto per raccontare il pericolo a cui Hong Kong è esposta. Per qualcuno siamo allarmisti: a Hong Kong non si sono visti i carri armati, e dunque si può pensare che le cose non siano sfuggite di mano. Il mondo ha la testa altrove e noi sembriamo ripetitivi. Lo scorso 18 maggio, 15 noti leader dell’opposizione democratica sono apparsi in tribunale (ne avevamo scritto qui). Il loro caso sarà ripreso il 15 giugno: per cinque di loro, tra cui il nostro amico Lee Cheuk-yan, i capi di accusa sono stati ampliati, e prevedono pene molto severe, fino a cinque anni di reclusione. Ma le notizie peggiori vengono da Pechino, dove è in corso il Congresso nazionale del popolo, il più importante evento politico annuale in Cina. Al suo interno però la discussione è del tutto fittizia: non si fa che avvallare formalmente quanto già deciso in sede di Comitato centrale del Partito Comunista, il vero organo che governa la Cina. Ma anche quel Comitato centrale (politburo) conta meno da quando il presidente Xi Jinping ha concentrato su di sé tutto il potere, come avevano fatto nel passato solo Mao Zedong e Deng Xiaoping. È dunque di una decisione di Xi ciò di cui stiamo parlando. È stata presentata una proposta di legge che fa venire i brividi alla schiena di quelli che amano Hong Kong, i suoi giovani e la sua gente, la libertà e la democrazia. La nuova legge introduce, d’imperio, norme per la sicurezza nazionale a Hong Kong. Essa sarà inserita come un nuovo “terzo allegato” alla Legge-Base (Basic Law), la mini-costituzione che governa “l’alto grado di autonomia” della città. La legge, che consiste in sette articoli, prevede disposizioni che puniscono reati come tradimento, secessione, sedizione, sovversione e l’interferenza straniera. Non è difficile immaginare come le provvisioni saranno convenientemente utilizzate per sopprimere la protesta popolare iniziata lo scorso 9 giugno 2019 e ogni altra forma di opposizione. Con leggi così in Cina si condanna ogni forma di dissenso, fino alla pena di morte. Particolarmente inquietante ci sembra l’articolo quarto: “Se necessario, il governo centrale stabilirà a Hong Kong organismi con il compito di implementare la salvaguardia della sicurezza nazionale”. Questa disposizione porterebbe allo svuotamento del potere del parlamento e del governo locale, a favore di un ufficio, tutto politico, che non si è mai visto a Hong Kong. Il drastico ridimensionamento del Parlamento è particolarmente temibile perché nelle elezioni del prossimo settembre i partiti di opposizione avranno, secondo ogni previsione, la meglio, come successe per le elezioni distrettuali dello scorso novembre. Sarà la fine di “un Paese – due sistemi” e dell’“alto grado autonomia”, i due principi che governano oggi Hong Kong. Ne avremo importanti banchi prova nelle prossime settimane: la veglia per la strage di Piazza Tiananmen il 4 giugno; il primo anniversario dell’inizio delle manifestazioni di protesta il 9 giugno; la tradizionale marcia di protesta del 1 luglio. Si potranno fare? E come? Nell’estate 2003, come molti certamente ricordano, si tentò di introdurre una legge per la sicurezza nazionale. E avvenne all’indomani dell’epidemia della SARS. Ma il capo esecutivo di allora, il filo cinese Tung Chee-hwa, ebbe la ragionevolezza di ritirare la legge dopo una sola manifestazione di massa, il 1 luglio di quell’anno fatidico. Vari ministri si dimisero, e lo stesso Tung pagò il prezzo politico con la sua uscita di scena. Una scelta che restituì una qualche dignità all’uomo. E Hong Kong, per molti anni ancora, fu salva. Il governo di oggi, guidato da Carrie Lam, ha avuto decine, centinaia di manifestazioni contro, e più immense di quella del 1 luglio 2003. C’è stata una nuova pandemia, e dunque, come in uno sventurato ricorso storico, si tenta di nuovo di introdurre la legge liberticida. Una legge che non solo impedirà ad Hong Kong di avere quello che le era stato promesso, ovvero una progressiva e piena democratizzazione; ma toglierebbe anche quello che già ha ora. Lam si è precipitata ad affermare che il governo di Hong Kong “collaborerà pienamente” all’implementazione di questa legge. Il ministro dell’istruzione afferma che gli studenti dovranno studiarla per bene. C’è da rabbrividire! Carrie Lam, lo scrivo con dolore, passerà alla storia di Hong Kong come la figura politica che abbia in assoluto fatto più danno. Nei giorni scorsi è morto Allan Lee, un politico di lungo corso, proveniente dal mondo imprenditoriale, fondatore del Partito liberale e appartenente al campo filocinese (da ragazzo era stato comunista). Internazionalmente era forse poco noto, ma a Hong Kong era un volto familiare. Io lo ricordo bene. Aveva a cuore il bene di Hong Kong: dopo la manifestazione del primo luglio 2003, si impegnò a convincere Pechino a desistere dall’implementazione della legge per la sicurezza nazionale. Ebbe coraggio. Fu ascoltato. E Allan Lee passò i suoi ultimi anni, da uomo di destra e moderato quale ormai era diventato, a chiedere la piena democrazia e libertà per Hong Kong. Oggi il campo filo-governativo manca di uomini della tempra di Allan Lee. Sono al potere solo personaggi senza dignità politica, senza coraggio, opportunisti asserviti al potere del più forte. Non è vero che la democrazia a Hong Kong è voluta solo da “giovani sconsiderati” e da “oppositori senza senso di responsabilità.” La democrazia e la libertà di Hong Kong sono una cosa seria, voluta dalla gente migliore della nostra amatissima città. Come ho avuto modo di   L'articolo Hong Kong, i corsi e ricorsi sulla «sicurezza» sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Col Coronavirus torna a galla il dramma irrisolto dei Rohingya (Fri, 22 May 2020)
I campi profughi di Cox’s Bazar in Bangladesh sono stati colpiti dal ciclone Amphan proprio mentre venivano accertati i primi casi di Covid19. Il timore della diffusione del contagio riporta in primo piano l’insostenibilità della situazione degli 850mila Rohingya fuggiti dal Myanmar   L’esaurimento della furia del ciclone Amphan – che per buona parte della settimana ha scaricato sulle coste del Golfo del Bengala una potenza distruttiva mai vista da molti anni – ha provocato danni enormi ma fortunatamente poche vittime in Bangladesh, data la collaudata esperienza di contrasto a fenomeni naturali devastanti. Il ciclone ha tuttavia sollevato molti timori tra le autorità che già in questi giorni stanno affrontando il picco dell’epidemia di Covid-19 e che con ovvie difficoltà hanno gestito l’afflusso di milioni di sfollati temporanei nei rifugi. Particolarmente difficile, per le condizioni di sovraffollamento e di precarietà preesistenti, è risultata la gestione dell’emergenza nei campi profughi in cui sono ospitati centinaia di migliaia di Rohingya fuggiti negli ultimi anni dalla persecuzione in Myanmar. Il governo di Dakha sta monitorando strettamente la situazione, sia in termini sanitari, sia per garantire cibo e servizi necessari, insieme alle organizzazioni internazionali presenti. A rischio – ha segnalato Jean Gough, direttore dell’Unicef per l’Asia meridionale – sono soprattutto i bambini, oltre la metà degli 850mila Rohingya nelle estese ma precarie aree abitative allestite presso il confine con il Myanmar nell’area di Cox’s Bazar. Nella comunità va diffondendosi la paura, dopo che è stato accertata la positività al Covid-19 di un Rohingya e di un bengalese nel campo di Katupalong. I due sono stati ricoverati, mentre sei famiglie con cui avevano avuto contatti sono ora in isolamento. In tutto i casi registrati tra i Rohingya sono già 21. La densità nella maggioranza dei 34 campi è molto alta, con anche 40mila persone per chilometro quadrato, e ogni ulteriore situazione di rischio si innesta su emergenze pressoché costanti, tra cui quella sanitaria e alimentare. «Proteggere le comunità Rohingya e, in particolare, i più piccoli, in un’area dove è già presente un alto tasso di malnutrizione, resta la nostra priorità – ha dichiarato Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame -. In tal senso, stiamo collaborando con i nostri partner locali per concordare, insieme, le attività più opportune per mitigare l’impatto di venti e piogge che rischiano di abbattutisi nel campo profughi più grande al mondo». Altra condizione critica è la collocazione dei campi, allestiti in aree collinari a rischio di smottamenti ed erosione, su terreni dove è forte il rischio di competere per le risorse con gruppi locali e tribali. Problematica infine è la condizione di donne e bambini, a rischio di sfruttamento e abusi da parte di elementi locali ma anche delle organizzazioni che gestiscono la tratta di esseri umani. Nell’impossibilità di provvedere al rimpatrio per l’incertezza della situazione nelle aree di provenienza, di individuare una regolarizzazione in loco o anche di un espatrio verso Paesi aperti all’accoglienza, quella dei Rohingya in Bangladesh resta una situazione senza prospettive. Potrebbe non concretizzarsi mai anche l’evacuazione parziale verso l’isola di Bhasan Char, poco più di un esteso banco di sabbia a una quarantina di chilometri al largo dalla costa del Bangladesh in un’area costiera distante dai campi profughi. Qui dallo scorso anno il governo di Dakha ha allestito strutture stabili per ospitare anche 100mila persone e da alcune settimane vi ha trasferito decine di Rohingya salvati da naufragi. Una mossa che però ha sollevato forti proteste e la richiesta di una diversa collocazione. «Il governo dovrebbe fare tutto quanto in suo potere per prevenire la diffusione dell’epidemia – ha sottolineato Matthew Smith, direttore della Ong Fortify Rights – ma Bhasan Char non è un’opzione accettabile per rispondere alla diffusione del coronavirus».  L'articolo Col Coronavirus torna a galla il dramma irrisolto dei Rohingya sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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Lettera a un bambino mai nato (Fri, 22 May 2020)
Qui in Cambogia non si contano le donne che ricorrono alla «pillola del giorno dopo» per evitare una gravidanza, spesso con faciloneria, se giovani o giovanissime, ma altrettanto spesso con rimorsi di coscienza   «Se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,31) La chiamano «pillola del giorno dopo», o delle «72 ore», perché andrebbe assunta entro tale lasso di tempo dopo un rapporto sessuale non protetto. Se per alcuni avrebbe uno scopo solo contraccettivo, ovvero impedire l’incontro tra i gameti maschile e femminile, evitando il concepimento, per altri invece, nel caso di un già avvenuto concepimento, la pillola in questione agirebbe sulle pareti dell’utero impedendo l’annidamento della nuova creatura e procurandone l’espulsione, cioé l’aborto. Vi sono studi che affermano il solo carattere contraccettivo della pillola e altri che invece sostengono il suo carattere abortivo. Di fatto qui in Cambogia non si contano le donne che ricorrono a tale metodo per evitare una gravidanza, spesso con faciloneria, se giovani o giovanissime, ma altrettanto spesso con rimorsi di coscienza, complice l’imbarazzo, la vergogna, la fatica di uscire allo scoperto, nel caso di una gravidanza indesiderata. Ne parlavo qualche giorno fa con alcuni seminaristi, presso il Seminario di Phnom Penh, nel contesto di un corso di Bioetica, parte del loro percorso formativo verso il sacerdozio. Si sa che per la Chiesa Cattolica, l’essere umano è tale, creatura e dono di Dio, fin dal concepimento. Dopo il quale l’embrione comincia la sua avventura così ben descritta dalla poetica di Mariangela Gualtieri, quando sembra ricordare quei primissimi istanti di vita nel grembo – «grande arca» – della madre. «La mamma – scrive la poetessa – era la mia casa allora / una tana, un guscio, un enorme noce / di latte. Una patria in cui stavo / rannicchiata» (1). Più volte nel corso delle lezioni ho chiesto l’intercessione di Madre Teresa per avere lo stesso sguardo mistico, la stessa percezione del Mistero di Dio nelle fibre infinitesimali di quei gameti che unendosi generano la vita di un uomo o di una donna. Senza una tale disposizione d’animo non riusciremo a cogliere la reale posta in gioco di una materia come la Bioetica. Madre Teresa sapeva che non v’è differenza fra la cura per un singolo embrione umano e il rispetto per l’umanità intera. Nel suo discorso pubblico, quando ricevette il Premio Nobel per la Pace, nel 1979, la Madre osò pronunciare parole forti mettendo in relazione il tema dell’aborto con la pace mondiale. «I feel one thing I want to share with you all, the greatest destroyer of peace today is the cry of the innocent unborn child. For if a mother can murder her own child in her own womb, what is left for you and for me, to kill each other?» (2). Se dunque nemmeno il grembo di una madre è più un luogo sicuro, se non v’è pace e rispetto lì dentro, se arrivo a mettere le mani e compromettere la vita anche là dove la si concepisce, come potrò garantire la pace nel mondo di fuori? «Se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». È però difficile parlarne, creare i contesti per una comunicazione densa e profonda sul mistero della vita nascente. Non si tratta di un’ideologia, di un colore politico o religioso, ma della vita, dal suo naturale inizio. «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla», scrive Orianna Fallaci nel suo Lettera a un bambino mai nato, quando da voce a quel dialogo segreto tra la madre e il frutto del suo grembo. «Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi». Vorremmo tradurre questo libro in cambogiano. Per offrire uno strumento che aiuti a comprendere più a fondo il mistero della maternità e di quel dialogo interiore tra una madre e il suo bambino. «V’è un che di glorioso nel chiudere dentro il proprio corpo un’altra vita, nel sapersi due anziché uno» – dice la madre nel racconto. Ed è struggente quando chiede scusa per aver detto al suo bambino, in un momento di fatica, «potrei buttarti via»! Rimangono insuperate le pagine in cui descrive le trasformazioni della creatura che porta nel grembo…. «il numero delle tue cellule sanguigne è aumentato, e tutto procede a una velocità pazza: l’impalcatura delle tue vene è ormai visibile… Ma quel che mi esalta di più, bambino mio, è che ti sei fatto anche le manine. Ti si vedono ormai bene le dita… Così minuscolo, neanche un centimetro e mezzo, così lieve, neanche tre grammi… A me sembra addirittura impossibile che tutte queste cose siano successe nello spazio di poche settimane… Quanto lavori, bambino! … Chi ha detto che sei materia inerte, quasi un vegetale estirpabile con un cucchiaio? Se voglio liberarmi di te, sostengono, questo è il momento. Sono pazzi»! Il racconto però termina con un aborto spontaneo. E la rimozione del feto. «Non voglio che ti strappino con il cucchiaio, per gettarti nella pattumiera tra il cotone e le garze». «Ma io ti perdono mamma», si sente dire la madre da una voce immaginaria. Il libro resta controverso, eppure è anche e soprattutto un documento struggente sul mistero della vita nascente e sulla sua origine, spesso appellata con la parola “nulla”. La Fallaci non era credente, mentre noi sì! Sembra a tratti prendersi gioco della dottrina e della sacralità della vita. E nondimeno la madre del libro non smette di parlare con il suo bambino. È dunque un libro che va letto, non per schierarsi, ma per riflettere.   1.M. Gualtieri, Le giovani parole, Torino 2015, 39. 2. «Sento di voler condividere con voi ancor una cosa, il più grande distruttore della pace oggi è il grido dei bambini innocenti non-nati. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso   L'articolo Lettera a un bambino mai nato sembra essere il primo su Mondo e Missione.
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